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La bella piazza Italia, una delle
più grandi di tutto il Friuli, è da sempre il cuore di Maniago.
Un tempo chiamata piazza Maggiore, ha il suo centro nella
monumentale fontana ed accoglie attorno a sé gli edifici più importanti
della città: il Duomo di San Mauro, la Loggia, il palazzo d’Attimis, la
chiesa dell’Immacolata. Proseguendo a piedi lungo via Umberto I, si
trovano prima la Biblioteca Civica, quindi il rinnovato Palazzo Veneziano,
il Teatro Verdi e il nuovo largo San Carlo da cui si può accedere al
Parco Comunale. Sempre dalla piazza, ma nella direzione opposta, in pochi
minuti si può salire al Castello, percorrendo la via omonima.
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Realizzata in pietra d’Aviano,
la costruzione della fontana risale al 1846-47 su progetto del maniaghese
Luigi Marsoni. Presenta una base ottagonale, con quattro vasche
semicircolari e quattro scalinate orientate secondo i punti cardinali.
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Una pietra murata all’interno
della Loggia ne fa risalire la costruzione al 1661, in sostituzione di un
precedente fabbricato collocato nella piazza, andato in rovina col tempo.
Il motivo a tre arcate aperte alleggerisce la struttura dell’edificio
già sede del tribunale e del mercato. Del 1673 è l’affresco sulla
parete centrale attribuito a Osvaldo Gortanutti, raffigurante Madonna
col Bambino in gloria ed i Ss. Antonio da Padova e Floriano nella
parte superiore e La Repubblica Veneta in quella inferiore. Una
seconda iscrizione sulla facciata, posta in onore di Napoleone Bonaparte,
reca la data del 1810. Oggi la Loggia è monumento in memoria dei Caduti
di tutte le guerre.
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Di questo palazzo possiamo
ammirare per il momento solo la facciata che dà sulla piazza ed in
particolare la Loggetta risalente al XVI secolo e l’affresco
raffigurante il Leone di San Marco che tiene sotto la zampa lo stemma del
casato maniaghese, opera di Pomponio Amalteo. L’artista sanvitese
dipinse l’opera per ordine della Repubblica Veneta intorno al 1570,
corredandola da iscrizioni, ormai poco leggibili, che testimoniano i buoni
rapporti tra la Serenissima ed i conti di Maniago: “Al tuo gran regno alla tua eccelsa sede, pria che soggetta
io mostrai la fede”.
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Più conosciuta come Chiesetta
della Madonna, si trova all’imbocco di Piazza Italia, a fianco di
Palazzo d’Attimis - Maniago. L’attuale costruzione in stile
neoclassico risale al 1778 su disegno dell’architetto Antonio Aprilis di
Cusano, ma si hanno testimonianze di un precedente edificio di culto
dedicato alla Immacolata già nel 1411, quando in un documento si fa
menzione di un oratorio presso l’ospedale della Confraternita dei
Battuti.
Un’iscrizione su un pilastro del vecchio portico recava la data 1505,
mentre sulla lapide tombale posta a pavimento, ancora ben visibile, si
legge la data del 1628.
L’interno, ad aula circolare, si presenta raccolto ed accogliente: l’altare
maggiore (1780) si deve allo scultore Pietro Armellini che curò anche il
pavimento e la balaustra, la pala sovrastante è di Giovanbattista
Mengardi (1783) e raffigura l’Immacolata e San Luigi Gonzaga.
Alla destra è il monumento al nobile Nicolò Giacomo di Maniago (1868),
opera del sandanielese Luigi Minisini.
Alle pareti della piccola sacrestia è esposta una collezione di ex - voto
databile inizio Novecento, segno della devozione popolare.
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A lato della Chiesa dell’Immacolata,
si trova la sede della Biblioteca Civica, in uno dei fabbricati un tempo
destinati alle scuderie pertinenza del Palazzo dei Conti. La facciata
ripropone il motivo a tre arcate, già presente in altri edifici del
centro, mentre l’interno, nonostante il diverso uso, ha mantenuto le
caratteristiche originarie: ne sono un esempio le pile d’acqua in pietra
che ancora si trovano al piano terra. Di grande interesse è il cortile
che si apre sul retro dell’edificio, uno spazio particolarmente
suggestivo, attrezzato per spettacoli estivi di musica e teatro.
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Le festose note dell’operetta
“la Contessa Maritza” hanno accompagnato l’inaugurazione del Teatro
Verdi il 7 luglio 2000 dopo diversi anni di chiusura per lavori di
restauro. L’edificio, che faceva parte del bel palazzo veneziano di via
Garibaldi, oggi via Umberto I, era inizialmente una filanda, il Setificio
a vapore Giuseppe Zecchin fu Lorenzo, scritta ancora ben visibile
sulla facciata.
Dai primi del Novecento la filanda cessa di essere attiva e la sala viene
convertita in circolo del Dopolavoro per le prime proiezioni
cinematografiche e le feste da ballo come il Veglione del Temperino a
Carnevale o la Veglia delle rose a maggio. L’attività teatrale
si consolida negli anni tra il ’60 e l’80 quando sul palco del Verdi
recitano compagnie nazionali con i più affermati attori del tempo. Il
recente restauro ha recuperato in modo elegante tutte le peculiarità
storiche dell’edificio, quali lo scalone d’ingresso, i due lampadari ,
ma soprattutto i preziosi affreschi in stile liberty datati 1922. Il
teatro Verdi, che ora può contare su 420 posti, dispone anche del Ridotto,
una sala per attività culturali diverse, dotata di soppalco e di un’ampia
terrazza.
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Un cancello d’epoca in ferro
battuto segna l’ingresso al Parco, un’ampia area verde in centro
città, già pertinenza del palazzo dei conti e oggi proprietà comunale
aperta al pubblico. Molto ricca la varietà di piante presenti: pini,
abeti, faggi, ippocastani, carpini che si alternano lungo un percorso
ideale per una tranquilla passeggiata. In primavera e in estate il parco
diventa ambiente privilegiato per mostre di pittura, esposizioni a
carattere naturalistico, giochi e animazione per bambini e ragazzi.
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Rimangono solo alcuni ruderi del grande castello
di Maniago, per il quale non si hanno informazioni precise circa la data
di costruzione, anche se si presume intorno all’XI secolo. Sulla base di
alcuni disegni d’epoca cinquecentesca e pervenuti in buono stato, è
possibile ricostruire la struttura del maniero, un edificio certamente
massiccio che sorgeva su un colle detto degli Olivi appena sopra l’abitato.
Il restauro conservativo messo in atto dopo il sisma del 1976 permette
oggi di cogliere la disposizione delle varie stanze, nonché quella delle
torri interne, la turris Fracta, la turris Alba, la turris Maior e la
turris Barba, crollate in seguito al violento terremoto del 1511. Alla
sommità del castello sorgeva il Palatium Patriarcale, affiancato dal
carcere e dalla forca per le impiccagioni dei condannati, mentre nell’ampio
cortile centrale si trovava la Antica Chiesa di San Giacomo. All’esterno
del Castello, ancora ben conservata, si trova una seconda chiesetta
dedicata al Santo, già ricordata in un documento del 1291, che contiene
un pregevole dipinto di Sebastiano Mazzoni della seconda metà del
Seicento.
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Dedicato a San Mauro martire, vescovo di Parenzo,
in Istria , il duomo rappresenta uno dei più significativi esempi dell’architettura
tardo-gotica friulana.
L’edificio risale al 1488, anche se alcune
pietre lavorate in bassorilievo e murate sulla facciata sono elementi
decorativi databili intorno all’VIII secolo che fanno supporre la
presenza di un precedente luogo di culto.
L’originale ingresso all’area del Duomo, con
i due portali di accesso settecenteschi opera di Giacomo Conte, consente
di apprezzare pienamente la totalità della struttura, unitamente all’imponente
torre campanaria a base quadrata, contemporanea per costruzione ed alta
circa 36 metri.
La semplice facciata a capanna è impreziosita
dal rosone centrale altamente decorativo e dal portale a sesto acuto. Il
rosone, contornato da una spessa cornice dentellata, si compone di
diciotto archetti trilobati con al centro un sole raggiante; il medesimo
decoro si ritrova nel portale, elegantemente ornato da due colonnine
tortili che convergono verso l’alto dove troneggia il Padre benedicente.
L’interno si presenta ad unica navata, con tre
cappelle absidali e quattro laterali; la copertura è a capriate lignee.
Descrizione delle opere
presenti:
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La chiesa dedicata a S. Antonio
abate, patrono di Fratta, risale alla seconda metà del ‘700. L’iscrizione
sulla facciata porta la data 1785, ma alcuni documenti parlano di un
precedente oratorio ben dotato di arredi sacri eretto nel 1582 e più
volte restaurato.
Addossato all’edificio si trova il bel campanile costruito tra il 1744
ed il 1750. L’interno della chiesa, che recentemente è stata dotata di
un nuovo portale in bronzo con i simboli del Giubileo 2000, contiene
pregevoli opere pittoriche di Giacomo Pauletta, S. Antonio abate e S.
Domenico in contemplazione della Madonna con Bambino e l’affresco
dell’Assunta dipinto al soffitto. L’armadio per la sacrestia ed
il coro ligneo, costruito in sostituzione di un precedente manufatto, sono
sempre del XVIII secolo.
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La piccola chiesa di San Carlo,
posta ai piedi del castello proprio alla fine dell’omonima strada, venne
eretta nel 1637 per volontà del nobile maniaghese Guberto. È una
semplice costruzione, simile a tante altre chiese dello stesso periodo in
Friuli: interno ad aula rettangolare, modesto portale in legno, due
finestre riquadrate ed un piccolo campanile a vela sul tetto.
Contiene un altare ligneo del ‘600, di probabile scuola bellunese, che
racchiude una pala di autore ignoto raffigurante S. Carlo Borromeo.
Nel giorno di Pasqua è tradizione suonare la campana della chiesa in
segno di festa. Da qualche anno la borgata di San Carlo celebra la
ricorrenza del santo con una funzione religiosa ed una allegra castagnata
nella domenica più vicina al 4 novembre.
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Si trova alla fine di via
Castello ed è una chiesa gentilizia dalle dimensioni modeste inizialmente
costruita nel 1703, poi rifatta nel 1821. La facciata non presenta
elementi di rilievo se si esclude un marcato timpano con spesse cornici; l’interno
è ad aula rettangolare, mentre due finestre semicircolari poste alle
pareti laterali permettono una naturale illuminazione. Oggi l’edificio
è chiuso e meriterebbe certamente maggiore attenzione e qualche
consistente lavoro di restauro.
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Posta sulla sommità del monte
San Lorenzo, la si raggiunge partendo da Fratta percorrendo la strada
romana per Gravena. È sicuramente una delle più vetuste chiese
friulane se già il testamento di una nobildonna maniaghese del 30 marzo
1291 la definiva antichissima. La costruzione, ben visibile anche
da piazza Italia, è modesta nelle dimensioni ed assai semplice
nella fattura: una aula allungata, un piccolo campanile a vela che sale
direttamente dalla facciata. La custodia della chiesa, affidata ad un
monaco fino agli inizi del ‘400, è oggi della parrocchia di S. Antonio
abate che provvede anche all’animazione della cerimonia religiosa il 10
agosto in occasione della ricorrenza di S. Lorenzo.
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La prima pietra per l’edificazione
di una nuova chiesa al Dandolo venne posta il 21 dicembre del 1962. La
frazione, a pochi chilometri da Maniago percorrendo la strada Vivarina,
sentiva la necessità di un luogo sacro che diventasse uno dei punti
riferimento per una comunità nuova che si era andata formando soprattutto
con l’arrivo di profughi Istriani. Il progetto di questa chiesa dalle
linee moderne è dell’architetto Brezel di Venezia.
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E’ un piccolo oratorio
risalente al 1621 e dedicato al santo protettore degli animali da lavoro e
delle stalle. Si trova a Maniagolibero, all’inizio di via Mazzini.
Rifatto nel 1867, oggi ben tenuto, conserva un altare in muratura e una
pila per l’acqua santa del XVII secolo.
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La prima testimonianza scritta
relativa a questo oratorio risale al 1584, ma la costruzione del medesimo
risale probabilmente all’XI - XII secolo, stando ad un affresco di
inizio ‘400 succeduto ad altro precedente. Dedicato a San Vigilio che
morì martirizzato nel 405, l’oratorio fa ora parte del cimitero di
Maniagolibero, essendo stato prima convertito ad uso profano nel 1821,
quindi acquistato da Angelo Zecchin ed in seguito passato a proprietà
comunale. Antiche carte evidenziano l’importante ubicazione dell’oratorio
di San Vigilio, situato sulla sponda sinistra del Cellina e di fronte all’oratorio
di San Floriano sull’altra riva, proprio in corrispondenza del guado sul
torrente, in un punto quindi di passaggio e di sosta per numerosi
viandanti.
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Con un atto datato 24 marzo 1781
l’allora doge Paolo Renier concedeva agli abitanti di Maniagolibero il
permesso per riedificare la propria chiesa ed il vicino campanile,
sostituendo così la precedente risalente forse al ‘300 e non più in
buono stato. I lavori proseguirono fino al 1789, anno in cui la chiesa
venne consacrata. L’esterno si propone con una facciata semplice
arricchita dalle statue dei santi Pietro e Rocco, collocate nella parte
centrale, ai lati del portale su cui è murata una lapide che ricorda l’intitolazione
ai Ss Vito, Modesto e Crescenzia. All’interno l’ altare maggiore con
le statue dei patroni in marmo è databile intorno al XVIII secolo,
medesima epoca (1574) è il bel fonte battesimale che si trova sul lato
sinistro. L’area del presbiterio presenta un affresco del 1922, Ultima
cena, di Leonardo Moretti, mentre la lunetta e la volta, Angeli e
Incoronazione della Vergine, sono opere di Tiburzio Donadon.
Vero tesoro della parrocchiale di Maniagolibero è l’organo
settecentesco di Antonio Barbini, proveniente dalla scuola di San Giovanni
Battista dei Battuti di Murano, uno degli organi storici della provincia
di Pordenone.
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Nella frazione di Campagna, a
pochi chilometri da Maniago, si trova una piccola chiesetta risalente al
XVI secolo e rifatta nel 1681 per volontà del conte Giovanni Daniele
Sbaraleo. Così recita infatti l’iscrizione murata sulla facciata dell’edificio
in via Pocioi. Le dimensioni contenute della chiesa, insufficienti a
soddisfare i bisogni della comunità di Campagna, portarono alla
costruzione di un nuovo edificio, anch’esso ampliato in un secondo
momento, realizzato su progetto degli ingegneri Saccardo e Girolami.
Inaugurata ed aperta al culto nel giugno del 1933, l’edificio presenta
affreschi del pittore pordenonese Donadon al soffitto e di Romano e
Giacinto Bruno al coro.
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L’ultima chiesa edificata a
Maniago si trova in località Fontanutis ed è dedicata al Pater
Noster.
Inaugurata nell’autunno del 1997, è una piccola costruzione che ben si
inserisce nell’ambiente suggestivo delle fontanutis, uno scenario
ricco di verde ai piedi del monte Jouf, che deve il proprio nome ad una
sorgente d’acqua che lì sgorga da sempre. Pregevoli sono gli affreschi
interni della pittrice maniaghese Adriana Marcorin.
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